Il gay felice

Il gay felice
Storia di un omo senza fobia

«Dal giorno in cui aveva scoperto di essere gay aveva anche capito che
essere gay era un grandissimo accollo. Non una cosa grande e grave,
come l’asma del suo compagno di classe Gianluca, che non poteva
nemmeno correre. Diciamo piuttosto un inconveniente.»

Michelangelo ha ventisei anni, vive a Roma ed è un aspirante attore. La sua vita, tra sogni e battute d’arresto, potrebbe sembrare tutto sommato normale, se non fosse per quello che lui considera una condanna: la sua omosessualità. Il solo fatto di essere gay sembra un ostacolo sia sul lavoro, dove gli vengono proposti solo ruoli stereotipati, sia nella sfera privata, segnata da un amore impossibile per l’amico Filippo, etero. Schiacciato dal peso dei cliché e da un profondo senso di vergogna, Michelangelo finisce per convincersi che ogni fallimento derivi proprio da quell’ingombrante identità. Tutto cambia quando un grave incidente d’auto gli provoca un’amnesia selettiva: Michelangelo dimentica l’esistenza stessa dell’omofobia. Finalmente libero dallo sguardo giudicante degli altri, inizia a vivere secondo le proprie regole, lasciando emergere una versione di sé autentica, spontanea e radiosa. Questa libertà senza freni lo trasforma in un fenomeno virale: Michelangelo diventa il simbolo dei “gay felici”, conquistando pubblico e successo. Ma mentre il mondo sembra premiarlo, chi gli sta davvero accanto inizia a preoccuparsi: quella felicità improvvisa è reale o solo una fragile illusione? Gabriele Piazza, performer e attivista molto amato sui social, si cimenta qui per la prima volta con un romanzo divertente, incalzante ma anche profondo, in cui si interroga su quanto la nostra felicità dipenda dal mondo esterno e quanto dal modo in cui lo vediamo. Lo fa, come sempre, attraverso quel rovesciamento degli stereotipi, irresistibilmente ironico e volutamente naïf, che lo ha reso famoso su Instagram con il personaggio del “gay felice”. Una storia irriverente che esplora il conflitto tra accettazione e negazione della propria identità, ricordandoci che la vera vittoria non consiste nel cancellare il male, ma nel non permettergli più di definire chi siamo.