“La legge è uguale per tutti.”
Questa frase – lo sappiamo – campeggia in tutte le aule di tribunale, alle spalle dei giudici. E suona rassicurante. Peccato che non sia sempre vero, quando di mezzo ci sono un aggressore uomo e una vittima donna. Gli stereotipi di genere esistono ancora, nonostante tutto, e sono ovunque: in famiglia, al lavoro, sui social, e sì, anche nei tribunali. Del resto, anche i giudici sono persone. Da qui nasce l’idea di questo libro: affrontare alcuni casi giudiziari degli ultimi vent’anni in cui i fatti sono stati riletti e valutati attraverso il filtro dei pregiudizi di genere. Casi in cui a un assassino sono state concesse attenuanti perché era in preda a una “tempesta emotiva”, dimenticando che non tutte le persone agitate da emozioni forti impugnano un’arma e uccidono. Casi in cui il violentatore è stato condannato, sì, ma la vittima è stata “processata” a sua volta per il suo comportamento: il classico e sempre attuale “in fondo se l’è cercata”.
A volte queste storture sono state corrette da sentenze successive, altre volte i giudici hanno ricevuto un richiamo attraverso sentenze di corti internazionali. Il problema, però, non è solo l’esito finale del processo, ma il messaggio che passa, e che si insinua come un veleno nell’opinione pubblica, diventando una questione culturale. Questo libro vuole allora essere un invito a considerare l’oggettività dei fatti, quando si parla di violenza sulle donne. Un invito rivolto a tutti: alle persone comuni e a coloro che operano nell’ambito giudiziario, avvocati, giudici, psicologi, affinché errori simili non si ripetano. Perché quando uno stereotipo entra in un’aula di tribunale, perde la giustizia. E soprattutto, perde chi ha trovato il coraggio di denunciare e ci sta chiedendo aiuto.